Oltre lo scrittore l’uomo: Giuseppe Bonaviri. Dalle Carte private di famiglia.
Promossa dall’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo in occasione della giornata di studi “GIUSEPPE BONAVIRI: LINGUA, MEMORIA E IMMAGINAZIONE“. A cura di Pierluigi Veronesi per il Centro Studi Internazionale Giuseppe Bonaviri.
Vi informiamo che la mostra fotografica dedicata a Giuseppe Bonaviri sarà allestita e visitabile esclusivamente nella giornata di giovedì 29 ottobre 2026. L’esposizione sarà aperta al pubblico, subito dopo la conclusione della giornata di studi “GIUSEPPE BONAVIRI: LINGUA, MEMORIA E IMMAGINAZIONE”.
“Da ragazzo volevo fare lo scienziato, il ricercatore, lo sperimentatore. Quest’ansia di sperimentare, di volare, di esplorare, mi ha spinto poi a scrivere quando mi accorsi che la medicina diventa sempre meno scienza e sempre più tecnica.”
Dalle Carte private di famiglia, circa quaranta scatti raccontano Giuseppe Bonaviri. Una metamorfosi che lo accompagna dal 1950 al 2005, dalla sua Sicilia natale alla terra ciociara che lo ospitò per cinquant’anni; dai suoi primi giovani passi nel mondo della scienza medica fino alla stagione lieta della nonnità.
Il percorso fotografico è stato arricchito da alcuni scatti del suo Archivio privato, realizzati nel settembre 2026. La mostra indaga la dimensione intima e riservata di Bonaviri: al di là dello scrittore. Le immagini private
diventano, così, parte del diario di una vita, una traccia che consente di dialogare con la sua opera attraverso un vissuto più intimo.
Tutto comincia tra gli scaffali delle sue librerie: libri, nidi, sassi, foglie secche, segni indelebili di una memoria che permane intatta. Immagini che si spingono oltre le parole, dentro la sua spiritualità. Il viaggio di un uomo che ha saputo raccontare l’inquietudine e la meraviglia dell’esistenza.
La mostra si apre con i ricordi. In un gesto simbolico due mani si incontrano: è la sua mano che si intreccia con quella di una giovane vita. Un atto intimo, quotidiano, che racchiude un’importante chiave di lettura del suo universo: il mondo, prima ancora di farsi racconto, va toccato.
In Bonaviri, infatti, i sensi precedono le parole: la materia, la natura, i volti, anche l’immateriale, passano attraverso il corpo prima di diventare racconto. Sfiorare, toccare, accarezzare significa riconoscere e custodire le mani che raccolgono la memoria, che si trasformerà in parole, in poesia.
E poi arriva lo sguardo. Nel riflesso di uno specchio si percepisce la gioia di vivere: quella del piccolo nipote, che si guarda stupito e quella del suo nonno che si ritrova all’improvviso nuovamente bambino. Lo specchio diventa memoria restituendo lo sguardo all’infanzia che mai per Bonaviri fu ricordo ma autenticità. Lui che si lasciava sorprendere come se fosse sempre la prima volta.
Ed è in questo sguardo che si rincorrono i ricordi: la Sicilia della sua infanzia, i paesaggi lunari, il vento, le fiabe narrate, la solitudine di quando, bambino, fu costretto a lasciare i suoi genitori e i fratelli per andare a vivere con gli zii materni.
E poi il distacco dalla sua Mineo, il suo mondo, per inseguire quel sogno di diventare scienziato laureandosi in medicina. È l’esodo obbligato dalla sua terra fragile e frugale, isola magica e mitica, odori e colori rimangono per Giuseppe il nido dove potere ritrovare i suoi affetti, le sue malinconie, le sue radici. Mineo diventa per lui il nido, simbolo di un’esistenza ritrovata.
Il secondo nucleo della mostra prende avvio da una pietra. Narra una tradizione che sull’altopiano di Camuti, dove il giovanissimo Giuseppe trascorse la sua infanzia, si riunivano i poeti affabulatori della Sicilia intorno a una pietra per sfidarsi in gare di recitazione e di composizione di versi. Giuseppe racconta questa storia ai suoi quattro nipotini, seduti insieme sul muretto di una chiesetta dove spesso si ritrovano per giocare.
Amava stare con i suoi nipotini, intessendo per loro girotondi fuori dal tempo, perché i giri tondi tornano sempre al punto di partenza. Ed è proprio da qui che comincia il suo viaggio nella sua spiritualità profondamente radicata in quella tradizione colta e progressista, che ci riporta al mondo pagano delle sue origini, alla natura dei suoi miti. Il sacro non appartiene solo alla chiesa o alla preghiera: si nasconde nella terra di Mineo, nel corpo della natura, nella sofferenza, negli affetti familiari più radicati. Dio è un’essenza ubiqua, metafisica e reale, obliqua, illuminante che accompagna la solitudine dell’uomo non lasciandolo mai solo negli abissi del cosmo.
Il sacro è nelle sue mani, lieve, sublime come il vento che sfugge. Giuseppe sfiorando un fiore, tocca il mistero. E sempre con lo stesso sguardo con cui osserva la natura, gli animali, le pietre, con l’ingenuità e la sorpresa di un bambino. La sorpresa è fermarsi davanti a ciò che è ordinario ma che lui riconoscerà come evento di grande straordinarietà.
Giuseppe che sia davanti a una lavagna, a un computer o accanto ai suoi pazienti non smette di cercare le tracce di ciò che è stato. Senza tradire le sue origini, rimanendo fedele al desiderio di sperimentare, di volare, di esplorare l’universalità in una umile e attenta lettura dei bisogni dell’altro, consapevole che nella solitudine non c’è esistenza né spiritualità. La conoscenza medica lo porterà a contatto diretto con la sofferenza umana, tratto distintivo che pervade tutta la sua opera poetica.
Gli scatti che presentiamo, bene raccontano l’intimità di un uomo dai mille risvolti, fantasioso seppur disincantato ma innamorato della Natura e della Vita.
Oggi, qui, vogliamo ripensare a Lui come vortice d’aria fluttuante, alla ricerca di quiete: inesplorabile, sacra, festosa. Ed ecco che la fusione di materia e antimateria, diventano nella sua Opera artistica, l’abbraccio di un corpo sospiroso proiettato nello spazio ancestrale, capace di riaccendere il nostro tempo.
Quando
29 ottobre 2026, ore 19:30
Dove
Università di Zurigo, edificio principale (KOL), Rämistrasse 71, 8006 Zurigo, Aula G-217.
Ingresso
Ingresso libero, non occore prenotarsi per la mostra
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Centro Studi Internazionale Giuseppe Bonaviri